I luoghi dietro le pagine: la Sirena del Caffè dei fratelli Fiorio.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La sirena, Feltrinelli

di Lucia Cattani

«Anche in un caffè deserto
non avverto la solitudine. Ai tavoli stanno
seduti i fantasmi degli ospiti del passato,
o quelli degli ospiti dell’avvenire»
Hermann Kesten

Camminando per le strade di Torino è facile imbattersi in qualche targa dorata di forma ovale: sono poste a ricordare qualcosa di storicamente o culturalmente significativo avvenuto in quel luogo decenni, magari anche secoli addietro.
Via Po ne nasconde diverse: si trova nel cuore della cit Turin (la piccola Torino) ed è una strada di portici antichi e chioschi di libri usati, di caffetterie e drogherie. Inizia proprio alle spalle di Palazzo Madama e conduce in piazza Vittorio, per poi accompagnare il passante al cospetto di quel fiume da cui prende il nome e al ponte che permette di attraversarlo per giungere alla chiesa della Gran Madre di Dio, con le scale di marmo bianco e le statue maestose che sembrano sovrastare e custodire tutto ciò che è compreso dalla cornice delle Alpi all’orizzonte.
Una targa d’oro è posta poco lontano dall’inizio di via Po, passate poche traverse, e riporta scarne informazioni sui personaggi politici e letterari che in passato si sono seduti in quell’antico rifugio che è il Caffè dei fratelli Fiorio. Dal 1780, quando il Caffè era il luogo di incontro e dibattito tra i protagonisti della scena politica torinese, innumerevoli famosi ospiti hanno frequentato quelle sale di marmo, legno e stoffe raffinate.

 

 

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Giovanni Prati, Giacinto Collegno, Cesare Balbo, Perrone di S. Martino, il principe della Cisterna, il Lisio, il Santarosa, il Passalacqua e ancora Cavour e D’Azeglio facevano del Fiorio una fucina di dibattiti, di idee tanto da spingere Carlo Alberto ogni mattina a chiedere “cosa si dicesse al Fiorio”. Durante il soggiorno torinese persino Nietzsche sarebbe stato un cliente abituale del Caffè, attirato dal gelato artigianale.
Molti artisti e scrittori si sono succeduti attraverso le sale e i tavolini: tra essi spicca Tomasi di Lampedusa, che proprio tra le stoffe e i bicerin di questo luogo scrisse interamente uno dei suoi più noti racconti, La Sirena. Ambientato proprio a Torino, ne sfiora diversi luoghi reali, dal liberty di via Peyron all’imponenza dei palazzi di via Bertola fino a descrivere lo stesso Caffè Fiorio, teatro della prima parte del racconto.
L’autore del Gattopardo ritrae Torino avvolta da un fascino decadente: presente e passato si scontrano inaspettatamente, impersonati dalla figura del giovane Corbera e del Professor Rosario la Ciura. Dallo scontro, tuttavia, nasce la confidenza e la confessione: il passato si mostra brillante attraverso le parole; dall’aria soffocante e moderna della città sorge la memoria di qualcosa di miracoloso, avvenuto molto tempo prima e molto lontano da quei luoghi.

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Insegna originale del Caffè dei Fratelli Fiorio

Torino e la Sicilia, da cui provengono i protagonisti e Tomasi stesso, passato e presente, natura e artificio, essenzialità e orpelli sono posti a confronto, spesso con ironia, a volte con profonda amarezza. Il vecchio professore è nauseato dall’inconsistenza del mondo, dalla società di sentimenti effimeri: lui che è vissuto di antichità e di storia, di lingue antiche ormai quasi perdute deve sopportare la mediocrità e le notizie sciocche dei giornali che gli suscitano disgusto e fastidio. Rosario La Ciura serba un grande segreto, una memoria che gli ha reso possibile fare a meno degli amori effimeri e dei sentimenti malati che osserva intorno a sé: decide di confidarlo a Corbera perché non sia perduto. I flutti della sua Sicilia hanno custodito quell’avvenimento miracoloso e splendido, quando una Sirena, figlia di Calliope, si è rivelata al professore e gli ha mostrato la realtà dietro il velo, la profonda essenza del mare, la verità oltre le leggende.

La rivelazione colpisce il giovane Corbera, gli echi di un passato lontanissimo e irraggiungibile si fanno concreti e vividi, splendono nell’immaginazione: il mito non è svanito, è ancora presente, nascosto in qualche buia sala in cui si fuma e si sputa nelle sputacchiere, e si legge il giornale, e si beve caffè. La voce delle storie ancestrali si fa sentire, da un orecchio attento, anche nell’oscurità, tra le parole stampate che non dicono nulla, tra lo sporco delle strade e i palazzi costruiti troppo in fretta. C’è sempre il richiamo di qualcosa di puro e vero, la voce delle sirene può ancora risuonare.

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