Il gatto: lo spirito totemico dello scrittore

Di Ilaria Piampiani

 

Il Gatto

di Charles Baudelaire

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Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; 
ritira le unghie nelle zampe, 
lasciami sprofondare nei tuoi occhi 
in cui l’agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere 
la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano 
s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato, 
vedo in ispirito la mia donna.

Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, 
taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa 
un’aria sottile, un temibile profumo 
ondeggiano intorno al suo corpo bruno.

Non potevamo davvero non iniziare questo breve viaggio sull’intimo e assoluto rapporto tra il gatto e gli scrittori, con le parole di Charles Baudelaire!

Il gatto cammina a passi felpati attraverso tutta la sua poesia, sui tetti di quella Parigi affascinante, tra luce e spleen, tra vita assordante e la noia profonda dell’animo umano. Potremmo anche azzardare nel dire che il gatto è il re di quella foresta di segni costruita da Baudelaire, lo spirito totemico che ne governa le forze, che gioca con le corrispondenza, intrecciandole come fili di un batuffolo di lana. Il gatto si aggira con quella nobiltà innata, simile a quella di un vero e proprio Dandy, osservatore attento dall’occhio mutevole. C’è tutto il concetto di “Ennui” nel suo spirito libero, e per noia non si pensi assolutamente all’indifferenza  o all’apatia. C’è grande raffinatezza anche in questo atteggiamento che si lega alla bellezza, al suo difficile rapporto con essa che l’uomo della vita moderna ha!

Il gatto è il perfetto protagonista di questa Vita Moderna dipinta da Baudelaire. Si perde con autorevolezza tra la folla, la scruta, la immagina, la comprende: “è una fata? o forse un dio?”.

Che dolce profumo esala da quel pelo 
biondo e bruno! Com’ero tutto profumato 
una sera che l’accarezzai 
una volta, una soltanto!

È lui il mio genio tutelare! 
Giudica, governa e ispira 
ogni cosa nel suo impero; 
è una fata? O forse un dio?

Quando i miei occhi, attratti 
come da calamita, dolci si volgono 
a quel gatto che amo 
e guardo poi in me stesso,

che meraviglia il fuoco 
di quelle pallide pupille, 
di quei chiari fanali, di quei viventi opali 
che fissi mi contemplano!

 

Il gatto e la luna

di William Butler Yeats

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Il gatto andava qua e là e la luna
girava in tondo come una trottola
e il più prossimo parente della luna,
il gatto strisciante, guardò su.
Il nero Minnaloushe fissava la luna,
chè, nel suo gemere e vagare,
la pura luce fredda su nel cielo
agitava il suo sangue d’animale.
Minnaloushe corre nell’erba
levando le zampe delicate.
Danzi, Minnaloushe, danzi?
Quando due parenti stretti s’incontrano,
cosa c’è di meglio che ballare?
Forse la luna può imparare,
stanca di quelle maniere regali,
un nuovo giro di danza.
Minnaloushe striscia nell’erba
da un luogo all’altro al chiaro di luna,
il sacro astro lassù
è entrato in una nuova fase.
Lo sa Minnaloushe che le sue pupille
andranno di mutamento in mutamento,
passando dal plenilunio alla falce,
dalla falce al plenilunio?
Minnaloushe striscia nell’erba
solo, compreso e guardingo,
e alza alla mutevole luna
i suoi occhi mutevoli.

L’amore di W. B. Yeats per i gatti è un fil-rouge presente in poesie come The Cat and the Moon, dove usa il felino è un riflesso di se stesso, della sua solitudine, del suo sguardo sul mondo. Il gatto innamorato della luna, immobile e perfetta, forse stanca della sua nobile immanenza, forse attratta dal movimento di un essere altrettanto leggiadro, con cui perdersi in passi di danza.

Charles Dickens

«Quale regalo più grande dell’amore di un gatto?»

Un’altra delle penne fondamentali per la letteratura mondiale amava profondamente i gatti! Il grande Charles Dickens trovava nella loso compagnia un toccasana per l’anima, un’amabile pausa dalla vita, dalla scrittura.  Nel 1826 era così triste per la morte del suo gatto preferito, Bob, che non riuscì a lasciarlo andare: ne usò la zampa per decorare un tagliacarte d’avorio e su questo fece incidere la seguente iscrizione:

«C.D., in memoria di Bob, 1862», un modo tutto personale per tenere il suo migliore amico e confidente con sè, per sempre.

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Ernest Hemingway

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Trenta i gatti che vivevano con Ernest Hemingway, ed occupavano un intero piano della sua casa di Key West. Una frase nota di Heminguay sui felini è: “Un gatto è di assoluta onestà emotiva: gli esseri umani, per una ragione o un’altra, possono nascondere i propri sentimenti, ma un gatto non lo fa.”.

Hemingway e la sua famiglia s’innamorarono dei gatti durante il loro soggiorno a Finca Vigia, a Cuba. Durante uno dei suoi numerosi viaggi, allo scrittore fu regalato un gatto con sei dita di nome Snowball. A Hemingway piaceva così tanto questo giovane gatto che nel 1931, quando si trasferì nella sua casa a Key West, lo lasciò libero di correre in giro, creando una piccola colonia di felini che popolarono la zona. Oggi, quaranta dei cinquanta discendenti di Snowball vivono ancora intorno alla casa. I gatti polidattili sono a volte anche chiamati “gatti di Hemingway”.

 

Il gatto in un appartamento vuoto

di Wislawa Szymborska

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più. 
Si sentono passi sulle scale, 
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima. 
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci. 
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso. 
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire. 
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

Le parole di Wislawa Szymborska sono sempre talmente vere da indurci a tacere. In una poesia la scrittrice ha delineato, come al solito, il carattere esatto della natura felina: orgogliosa, nobile, altezzosa, abitudinaria. Scomparire, questo a un gatto non si fa!

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