Eveline, Gretta Conroy, Molly Bloom: tre sfumature di una “Femminilità Universale”

Dubliners

Di Ilaria Piampiani

 

Nessuno seppe realmente che cosa fosse la banalità finché non venne Joyce”.

-Richard Ellmann-

Ebbene Ellmann, il quale peraltro vinse il National Book Award per il suo studio sull’autore irlandese, James Joyce, ha centrato senza dubbio un punto fondamentale dello’opera joyciana: la sua acuta attenzione verso la normalità, la quotidianità. L’eccezionale e l’eroico non fanno parte del suo repertorio narrativo, non ci parla di castelli o di lotte epiche in terre lontane, ma delle intrecciate strade di Dublino, intrise di odori, sapori e rumori di una città novecentesca; i personaggi che egli ci descrive, dunque, non hanno nulla di grandioso, non sono dotati di rare virtù, ma sono uomini e donne borghesi, “medio-sensuali”. È il genere umano colto nella sua più schietta “umanità”, colto nel suo errare, sia  in senso spaziale che morale, nel suo presentarsi senza filtri letterari, senza sfumature idealizzanti. Ravvisiamo in esso quei difetti e quelle debolezze che ognuno di noi è costretto ad affrontare ogni giorno, quelle insicurezze e quelle certezze che ci accompagnano, che affollano i nostri pensieri e che influenzano inevitabilmente le nostre decisioni e le nostre azioni.

Per riaccordarmi alla frase di Ellmann, quando si parla di banalità non si deve pensare ad essa con un’accezione negativa bensì coglierne l’innovazione, l’enorme portata rivoluzionaria di una scrittura che si fa coscienza, eccezionale perché spontanea e radicata nella vita e nei gesti reali di un personaggio. Tutto infatti si potrebbe dire meno che un’opera complessa e geniale come l’ Ulisse di Joyce sia un’opera banale! Un giorno come tanti altri, senza dubbio, privo di eventi grandiosi, così come possiamo notare nei due racconti dei Dubliners, Eveline e I morti, nei quali non accade nulla di rimarchevole, in cui la vita normale la fa da padrone, senza correre mai il rischio di essere ovvia.

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Una magnifica prima edizione di Dubliners, Grand Richards Publisher

Non a caso ho deciso di citare questi tre capolavori dello scrittore irlandese. Proprio su di essi, infatti, mi soffermerò nella stesura di questa tesina, focalizzando la mia attenzione sui tre, diversi quanto appassionanti, personaggi femminili: Eveline (Eveline, Dubliners), Gretta Conroy (I morti, Dubliners) e Molly Bloom (Ulisse).

 

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L’ Ulisse di James Joyce, prima edizione, Shakespeare and Co., Parigi, 1922.

 

Dubliners e la paralisi delle intenzioni frustrate

Dubliners

L’edizione Penguin per il centenario

È stata mia intenzione di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese, e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi sembrava essere il centro della paralisi. Ho cercato di presentarla al pubblico indifferente sotto quattro dei suoi aspetti: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica. Le novelle sono disposte in tale ordine. [5 maggio]

Del fatto che Dubliners fosse “un capitolo di storia morale” si evince dalle parole stesse di Joyce, estrapolate dalla lunga corrispondenza intrattenuta nel 1906 con l’editore inglese Grant Richards. Quindici racconti, ognuno narrante una storia a sé, tutti accomunati da quell’ “odore di cenere, d’erbe macerate e d’immondizie” che aleggia per le note strade di una Dublino immobile, simbolo di un’Irlanda imprigionata. La paralisi si afferma come protagonista e fil-rouge di queste “novelle”, soffocante e insidiosa, dispensatrice di passività e impotenza: nessun personaggio riesce, nonostante attraversi un momento di rivelazione-epifania, riesce a ribellarsi completamente, bensì rimane ingabbiato nella timida frustrazione, nelle occasioni perse, nel fallimento di un subitaneo slancio vitale. Da sottolineare è, dunque, il carattere nuovo di un libro che, nonostante sia composto da storie indipendenti l’una dall’altra, riesce a presentare un quadro organico sociale, attraverso “un accorto montaggio di avvenimenti, di effetti narrativi sapientemente calcolati per far esplodere ciascuna novella nella rivelazione centrale” (Umberto Eco nella recensione del volume, 1963).

Come già accennato in precedenza, mio interesse particolare è soffermarmi su due testi della raccolta con l’intenzione di mettere a fuoco le due protagoniste femminili che ne fanno parte: Eveline, dell’omonimo racconto della sezione “adolescenza”, e Gretta Conroy, da I morti.

 

 Eveline: il coraggio e la paura di una donna

Seduta alla finestra guardava la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiata contro le tendine e sentiva  nelle narici l’odore del cretonne polveroso. Era stanca.

Già dalle prime parole del racconto si ha immediatamente la sensazione di abbandono e stasi, data dalla presenza della polvere e dalla stanchezza. Tra le righe incontriamo una Eveline immobile, che osserva dalla finestra la strada e i luoghi che hanno segnato la sua infanzia, un campo ora occupato da abitazioni, un tempo ospite dei giochi serali con i ragazzi di quartiere. Con semplice ma netta malinconia, Joyce descrive questa giovane donna e la sua nostalgia per quegli anni perduti, per quella parvenza di serenità spazzata via e mai più recuperata: tutto adesso è diverso, lei insieme alla sua famiglia, colpita dalla morte della madre, sono cambiate. Al di là di quella finestra, fuori da quella casa, c’è la prospettiva di una nuova vita per lei, un inizio in una terra lontana, la possibilità di ricominciare lontana dalla tristezza, dal lavoro ai Magazzini, dall’arroganza paterna ma allo stesso tempo dal suo mondo familiare fatto di oggetti, soprammobili impolverati e quadrucci.

Joyce ci descrive una quotidianità fatta di fatica e preoccupazioni segnata dalle continue litigate con un padre poco umano, carica di responsabilità verso i due fratellini minori, una routine che ora aveva facoltà di interrompere per sempre. Quella sera, col piroscafo della notte per Buenos Aires, avrebbe finalmente reciso quella catena invisibile che per tanto l’aveva trattenuta in quella casa, Frank, “uomo buono, forte e dal cuore generoso”, sarebbe stato la sua salvezza, la sua occasione per risvegliarsi dal torpore. Sembra quasi di vederla, ancora seduta con la testa abbandonata sulle tendine e due lettere in grembo, una per il fratello Harry e una per il padre, due lettere per annunciare un addio, forse scuse, forse una sofferenza celata per troppo tempo.

Eveline è una donna educata all’obbedienza e alla “sottomissione”, alla devozione all’ordine precostituito, volta al sacrificio. Guarda la sua vita e quella degli altri scorrerle davanti, rinchiusa in una routine soffocante fatta di abitudini e ricordi più o meno dolorosi; mancano poche ore alla partenza, un oceano la divide dall’ignoto, dalla “libertà”, dal cominciamento di una nuova esistenza. Dublino, la sua grettezza, le sue tradizioni, il chiacchiericcio della gente, le stoccate della signorina Gavan, sarebbero finalmente scomparse con l’allontanarsi progressivo del piroscafo dal porto. L’Irlanda sarebbe rimasta un vecchio  e doloroso ricordo, polveroso come quel salottino pulito accuratamente almeno una volta a settimana. Assorta nei suoi pensieri, viene tradita dal suono di un organetto che giunge dal viale: malinconicamente riempie le vie fino a raggiungerla nell’intimità della sue quattro mura, una melodia che epifanicamente risveglia un ricordo cocente e scomodo in una sera scandita dal peso della scelta. “Si rivide nella stanza buia, chiusa, in fondo al corridoio”: forse intenta a contemplare una solitudine che probabilmente non l’avrebbe mai abbandonata, una silenziosa condanna, una maledizione che sua madre le stava lasciando in eredità, con la terribile promessa di una meschina “pazzia finale”.

S’alzò di scatto, sotto l’impulso del terrore. Fuggire! Fuggire doveva! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato vita e forse anche amore. E voleva vivere lei! Perché avrebbe dovuto essere infelice? Anche lei aveva diritto alla felicità. E Frank l’avrebbe presa fra le braccia, l’avrebbe stretta fra le braccia, l’avrebbe salvata.

Eveline è terrorizzata. Per anni ella ha “urlato sordamente” la sua infelicità, senza che nessuno se ne accorgesse, senza che nessuno la potesse salvare. Questo panico improvviso, suscitato dalla prospettiva di essere segnata dal destino materno, la scuote, sì, dal suo torpore ma non abbastanza da farle recidere quel legame di pietra. Frank, un ragazzo che si è fatto da sé, un viaggiatore, privo di vincoli, è la chiave di volta, la sua unica occasione di accedere alla tanto agognata felicità, l’avrebbe amata, resa una donna rispettabile. Finalmente le si presenta un’opzione in più, una nuova prospettiva, fatto non scontato per una giovane donna dei primi anni del 1900 nella sua posizione. È la società prima di tutto, il suo brusio, le regole che essa detta, a trattenere Eveline fossilizzata in quelle che sono le sue responsabilità, i suoi doveri.

Tutti i mari del mondo le s’infrangevano sul cuore. E lui la trascinava dentro, la voleva annegare. Con ambo le mani si aggrappò alla cancellata.

Il racconto volge al termine e con esso si delinea una limpida e “terribile” verità: Eveline non vuole partire, non vuole ricominciare, non vuole abbandonare la vita condotta fino a quel momento. Assente, tra la “folla ondeggiante” di North Wall, tace, sola, nella sua disperata indecisione. Si aggrappa alla cancellata, alla sua terra, al suo passato, lasciando scivolare via la mano di Frank, Buenos Aires, la speranza, quell’ unico tentativo di essere serena. I pochi dolci ricordi della sua vita familiare riescono ancora a reggere la concorrenza con l’occasione di essere felice. La scelta ricade sul mantenimento di una routine pesante come un macigno, sul rispetto della promessa fatta alla madre morente; Eveline decide di non prendere in mano la sua esistenza, di non affrontare il cambiamento al fianco di un uomo, di non affrontare i suoi sentimenti con coraggio. Pallida in viso e con la gelida consapevolezza di essersi volutamente e definitivamente abbandonata a una vita di sacrifici, la giovane donna, figlia del suo tempo e di una Dublino immobile, rimane a guardare il piroscafo allontanarsi con a bordo il suo Frank, deluso e angosciato.

Lo vide correre di là dai cancelli, chiamandola perché lo seguisse. Gli gridarono di andare avanti ma egli continuava a chiamarla. Volse allora verso di lui la faccia pallida, passiva, come un povero animale impotente, e i suoi occhi non gli diedero alcun segno d’amore o di addio o di riconoscimento.

La vicenda di Eveline lascia inevitabilmente al lettore un’ intensa sensazione di malinconia. Non è difficile immaginare questa fanciulla diciannovenne con lo sguardo fisso e vuoto, investita da una folla in procinto di partire e subito dopo lasciata sola con la sua valigia. Presi da un leggero moto di rabbia nei confronti della sua passività, non possiamo però non comprenderne l’estremo dissidio interiore, il dolore di una scelta che le avrebbe comunque inevitabilmente stravolto la vita. Eveline non ce l’ha fatta a porre un oceano tra lei e la sua casa ma anche in questo dovremmo ravvisare un minimo di coraggio: pur nella sua resa, ha deciso di mantenere una promessa, di badare ai suoi due fratelli più piccoli, di prendere il posto della madre. Molto spesso la fuga, infatti, può essere vista come soluzione più semplice e immediata, il modo più facile di reagire a una situazione di stasi. Molto spesso rimanere resistendo alla disperazione e al tedio di una quotidianità sempre uguale a se stessa, richiede forza d’animo e la capacità di poter convivere con la scelta presa, ma questa, ovviamente, può essere solo una sfumatura tra le tante di questo racconto joyciano.

 

Gretta Conroy: moglie dal segreto (in)consapevole

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Anjelica Houston nel film The Dead diretto da John Huston, 1987

Continuiamo a sfogliare i volti, le parole e le strade di Dubliners, raggiungendo l’affascinante The dead, racconto aggiunto alla già definita raccolta nel 1907. Ci si è ovviamente e debitamente chiesto perché Joyce abbia deciso di inserire questa ulteriore novella ai quattordici precedentemente stabiliti; un indizio ci viene dato dallo stesso autore in una lettera a Stanislaus del 25 settembre 1906, in cui afferma il bisogno di sottolineare la trascurata propensione del popolo irlandese alla cordialità e ospitalità, caratteristiche che ritroviamo, dunque, largamente espresse nella tradizionale cena natalizia delle signorine Morkan.

Tutto inizia in una Dublino fredda e dai rumori attutiti dalla neve cadente. Ci da il benvenuto nella “buia, spettrale casa di Usher’s Island”, Lily, la disincantata figlia del portinaio. Subito incontriamo le tre padrone di casa, Mary Jane, e le zie Kate e Julia, decisamente più anziane, tutte dedite alla musica, sostentamento e passione della casa. Tre donne dal carattere deciso che pretendono di avere sempre l’ultima parola, amanti delle tradizioni e del buon costume. Ce le immaginiamo nitidamente, prese dall’agitazione e dalla preoccupazione  che quella sera tutto filasse liscio, sperando nell’arrivo dell’adorato nipote Gabriel e nella sobrietà di Freddy Malins.

Finalmente ecco arrivare l’atteso Gabriel Conroy insieme a Gretta, sua moglie, la quale fa il suo “debutto” nella storia mostrando immediatamente grande senso dell’umorismo e simpatia, dando bonariamente al marito, meno incline alla giocosità, del rompiscatole. Alta, ancora molto bella, dal portamento aggraziato e i capelli di un bruno dorato, Gretta si presenta come una donna vitale e sempre pronta allo scherzo. Originaria delle campagne del Galway, viene rappresentata nella semplicità del suo splendore femminile, una moglie e madre di famiglia che mantiene ancora intatta in gran parte quella freschezza e quella spontaneità fanciullesca. Maria Corti, nella sua introduzione al testo nell’edizione Marsilio, propone il confronto tra Gretta e Nora Barnacle, amante e moglie di Joyce, anche lei nativa del nord Irlanda e socialmente inferiore.

Non ho intenzione di addentrarmi oltre nell’intricato discorso delle somiglianze tra il personaggio e la persona reale, bensì  vorrei approfondire la psicologia e il carattere, apparentemente trasparente quanto, infine, incredibilmente complesso, della signora Conroy. Possiamo osservarla attentamente attraverso gli occhi “nuovi” del marito, alla fine della festa: in cima alle scale, immobile e assorta, misteriosa nella fissità della sua postura, un’apparizione sensuale che avrebbe meritato di essere immortalata da un pittore. Come Gabriel, anche il lettore rimane inevitabilmente colpito da questa inedita visione di Gretta, fino ad allora descritta come una sorridente conversatrice e consorte attenta e premurosa. Ora è diversa, è pensierosa, affascinante nella sua improvvisa malinconia, tradita dall’ascolto inaspettato di una “musica lontana”, quella de La fanciulla di Aughrim.

Oh! Cade la pioggia sui miei riccioli pesi,

e la rugiada mi bagna la pelle

il mio bambino è gelido…

La rivelazione epifanica sorprende Gretta come un fulmine a ciel sereno, un attimo prima che lasciasse la casa delle signorine Morkan. La immaginiamo assente, “ in piedi sotto il lampadario polveroso”, mentre ascolta le chiacchiere di circostanza che precedono il commiato definitivo. Gabriel la osserva e ne è ammaliato, travisando maldestramente il significato di quelle “guance arrossate e gli occhi splendenti”. È lo sguardo pieno di desiderio di Mr Conroy a descriverci la Gretta che gli cammina, fragile, davanti, sono i suoi pensieri densi di “orgoglio, gioia, tenerezza e ardore” a raccontarci quei momenti di vita trascorsi insieme. Mentre Gabriel pregusta tra sé e sé l’attimo in cui, finalmente, sarebbero stati soli nella notte, il silenzio di lei disegnava sul suo volto gelido un tratto di stanchezza improvvisa. Joyce descrive perfettamente, con particolare pathos e delicatezza, gli attimi dei due coniugi nella stanza d’albergo: lei che si slaccia il corsetto, lui che trema d’agitazione. Poi il pianto liberatorio interrompe l’attesa, respinge il desiderio e lacrime un po’ nuove, un po’ antiche, riportano a galla un ricordo doloroso, un fantasma che da sempre, forse, veglia su un matrimonio sereno.

Michael Furey, un giovane del Galway, primo amore di gioventù Gretta, ragazzo gentile e appassionato, dalla voce limpida e delicata, la stessa che le parole e le note de La fanciulla di Aughrim riporta bruscamente al presente, Michael Frurey, morto per poterla rivedere ancora una volta, è ora più vivo che mai, invisibile ospite in quella camera buia. Di colpo lei riesce a immaginarselo davanti a sé con quegli “occhi grandi e scuri e quell’espressione …!”. C’è tutta la disperazione di Gretta in quel pianto accorato, la tristezza e il ricordo terribile del momento in cui seppe della morte di quel gentile ragazzo, pazzo d’amore per lei. Una donna matura, una moglie e una madre singhiozzante, sopraffatta da un sentimento improvviso venuto da lontano, forse sempre celato gelosamente e reso manifesto e ingovernabile dal canto, forse dimenticato e svelato in quella notte d’inverno.

Gabriel è ancora sveglio, affacciato alla finestra, assorto nella sua riflessione panica sulla vita e la morte, sul suo matrimonio, su quel passato irrimediabilmente scosso da una rivelazione cocente e spiazzante. Gli indumenti femminili di Gretta sono sparsi in giro mentre lei, dormiente ed esausta, risplende nella sua bellezza, una bellezza diversa da quella contemplata dagli occhi scuri e profondi di Michael Furey. La sua Gretta è un’altra donna? Può essere considerata la sua persona tanto differente da quella di un tempo? Può dire di conoscerla davvero? Può sentirsi così al sicuro dall’ombra di un giovane morto tanti anni prima? Gabriel e Joyce non ci danno risposte: entrambi rimangono fissi su quella finestra, unica fonte di luce, bagliore significativamente spettrale nell’oscurità rischiarata da fiocchi di neve argento, lenti e fitti. Potremmo chiederci che ne sarà della mattina dopo, con quale stato d’animo Gretta si alzerà dal letto, guarderà il marito, si rivestirà. Potremmo fantasticare ampiamente sul proseguo di questa vita matrimoniale, serbando comunque la convinzione per cui qualcosa, o meglio, qualcuno si sia inserito inaspettatamente nei pensieri di entrambi. Le lacrime e la disperazione hanno trovato riposo nel sonno ma quel ricordo, la sagoma del giovane Michael Furey innamorato e sotto la pioggia rimane presente, al di là del tempo, al di là della morte.

 

Molly Bloom: un “Sì!” pieno alla sensualità

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Angeline Ball nei panni di Molly Bloom, nel film Bloom diretto da Sean Walsh, 2003

Sì. Molly Bloom è esattamente la rappresentazione della donna medio-sensuale! Estremamente passionale, e le sue origini latine non mentono, lei è una moglie e una madre ma prima di tutto una donna, con la morbidezza delle sue forme, il suo desiderio, i suoi vezzi e le sue necessità fisiologiche. Colpisce come questo personaggio, pur intervenendo direttamente solo in due dei diciotto episodi dell’Ulisse, sia sempre presente sulla scena, nella mente del marito Leopold Bloom, perseguitato e torturato dal pensiero di lei che lo tradisce, nel chiacchiericcio di quei dublinesi che incontriamo, come John Henry Menton e Lenehan tra gli altri, che ne ricordano la bellezza e l’avvenenza.

Mrs Bloom appare per la prima volta, come peraltro alla fine, stesa sul letto, in camera, ancora addormentata, intervenendo appena con un debole grugnito. Successivamente si mostra decisamente più imperiosa e dominatrice nei confronti del marito appellato confidenzialmente “Poldy!”. Seduta, tra le lenzuola disfatte, ci viene descritta nella morbidezza delle sue forme, troneggiante e impaziente, un’esotica Calipso che si risveglia dal torpore in una calda giornata di giugno. Molly da subito, chiedendo al marito di descriverle in parole povere il significato di “metempsicosi”, dimostra di non essere particolarmente acculturata, elemento in comune, come precedentemente sottolineato, a Gretta/Nora. Molly è una donna senza grandi pretese dalla vita, fatta di emozioni semplici, sensazioni carnali e serenamente consapevole della condizione umana. L’eccezionalità del suo personaggio risiede proprio nella totale espressione della sua femminilità, nel suo “sì”, privo di un qualsiasi pudore, alla fisicità che tanto la caratterizza.

Marion Bloom è una donna senza dubbio moderna per il suo tempo, una Penelope con la passione di Circe e le grazie di una ninfa;  ella si esprime in tutta la sua pienezza e sincerità nel flusso di pensieri che la vede assoluta protagonista. Un intero episodio, per giunta l’ultimo di quest’opera rivoluzionaria, che si dispiega tra le riflessioni notturne di questo personaggio, complesso nella sua linearità, che rivive mentalmente la sua giornata, ripensando al marito, alle gelosie femminili, al piacere provato con Boylan e l’impazienza per il prossimo appuntamento. Ricorda gli spasimanti avuti in gioventù e pensa a sua figlia Milly, lontana da casa; poi, infine, tra le fantasticherie sessuali su Stephen, l’arrivo del ciclo mestruale e il treno che passa, ritorna a Leopold, a suo marito che le dorme accanto, a un’eventuale possibilità di ritornare a quella passione vissuta per la prima volta sulla collina di Howth, quando lui la chiamò “fiore di montagna”. In questo monologo Molly si fa conoscere, si plasma e viene fuori come una statua dal marmo: in lei c’è il grembo materno, in lei c’è l’Irlanda, c’è Dublino, vi è quell’accoglienza universale senza l’ansia di un’attesa particolare. Proprio in questo si connota la maggiore distinzione tra lei, Leopold e Stephen: Marion non ha fantasmi da combattere, aspirazioni o aspettative particolari. La sua vita in fondo va bene così, con tutte le imperfezioni che ne fanno parte, imperfezioni a cui dice di “sì”, che affronta senza affanno o malinconica tristezza. Molly non vuole essere, come ci dice Giulio De Angelis una caricatura parodica della Penelope omerica, Joyce non ha intenzione di sbeffeggiare platealmente un personaggio dalle solide virtù: seppure nella sua palese infedeltà, Mrs Bloom ritorna comunque a Leopold e i ricordi di quei giorni felici insieme spazzano via ogni altra fantasia. Ma dobbiamo fare attenzione: non c’è alcuna redenzione totale da quei vizi che ne caratterizzano vivacemente la natura umana: il prossimo lunedì ritornerà a tradire il marito senza alcun pudore, poiché ella si nutre delle sue continue contraddizioni, non ravvisandovi alcuna colpa.

Quest’ultimo episodio si distingue apertamente da tutti gli altri, sia dal punto di vista stilistico, che da quello narrativo. Nelle riflessioni di Molly c’è il bilancio di una vita intorpidito dal sonno, c’è una donna che si presenta senza quei filtri che fanno di una persona un personaggio letterario. Ci sono questi “sì!” incessanti che scandiscono il ritmo dei suoi pensieri affollati, “sì!” al suo presente, al suo passato e futuro, “sì!” a quegli “splendidi tramonti, ai giardini dell’Alameda, a quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i gerani e i cactus e Gibilterra…”. E quel “sì!” voluto e difeso, ancora anni dopo, più forte della noia matrimoniale, più imperioso di quel mare cremisi come il fuoco.

 

  1. “Conclusioni”…

Parlando di Joyce e dei suoi personaggi, sarebbe decisamente sbagliato, secondo me, credere di essere giunti a conclusioni vere e proprie. Quel che ho voluto fare, attraverso queste poche righe, è dare l’interpretazione di una lettrice, di una studentessa che, grazie ai diversi linguaggi, da quello scritto a quello cinematografico, si è avvicinata e ha approfondito la realtà di tre anime e fisicità femminili, affascinanti nella loro malinconia, nei loro ricordi e passioni.

Mi sono concentrata sulle tre donne descritte, traendone differenze e similitudini: Eveline è assolutamente lontana dalla carnalità e dalla sensualità di Molly; le sofferenze e la sensibilità che la caratterizzano sono distanti dalla placida serenità con cui Mrs. Bloom affronta la vita. Colpisce come Eveline sia estremamente concentrata sul suo doloroso passato mentre Molly preferisca affrontare il presente concretamente e fantasticare, di tanto in tanto, sul futuro, “sorvolando”, invece, sulla parentesi più oscura della sua esistenza: la morte del figlio. Gretta, infine, può essere considerata come un compromesso tra le precedenti protagoniste: in lei c’è la sorridente ironia di chi si dichiara soddisfatto della propria esistenza, moglie e madre tradita da note dimenticate, tanto potenti da riportare alla luce il primo amore.

Eveline, Gretta e Molly sono sfumature di una “Femminilità universale” che si mostra e si svela in ogni scelta, consapevole e inconsapevole, in ogni sospiro, nel pianto, nell’affermazione decisa di un “sì!” alla vita. Ci si può riconoscere tra cimeli familiari impolverati, corsetti e lenzuola; stupisce la maestria con cui un uomo sia riuscito a cogliere l’essenziale naturalezza di queste tre donne, schiette nel loro modo d’essere. Gli occhi di Joyce riflettono l’Umanità nei suoi desideri, i suoi bisogni più corporali e fisiologici, le sue paure e incertezze, egli ci rappresenta così come siamo, senza mai cadere nell’ovvio, ma spiazzandoci semplicemente con l’incredibile mostra dei più palesi aspetti che ci rendono Donne e Uomini.

 

 

 

 

 

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