Immaginaria fino al midollo: la poesia di Wisława Szymborska

di Ilaria Piampiani

maxresdefault«Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo»

Wisława Szymborska

In un silenzio permeato d’attesa, s’insinua l’anima poetica di una figlia del Novecento, una sopravvissuta della storia, che ha desiderato fermamente esprimere la sua esistenza nonostante le brutture del secolo scorso, nonostante l’occupazione tedesca, i lavori forzati e la censura socialista.
La sua è una poesia nata nel silenzio, una poesia che urla nel silenzio, radicandosi nel profondo del ricordo e della realtà descritta magistralmente con malinconica ironia.
Il suo mondo è un “granello di sabbia”, un mondo che si rapporta a noi in maniera indifferente, intoccabile, per nulla impressionabile dal nostro contributo umano, mai imperturbabile dal dolore, tanto meno dalla bellezza, “una Terra sprezzante e precisa, fragile e altera”.

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Vi presentiamo Wislawa, la poetessa, la donna e le sue memorie, la sua anima, i suoi mattini assolati, le sue battaglie, i particolari, gli attimi fugaci sparsi nel vento, i sogni elogiati e quei debiti contratti con la sua stessa vita. E allora inevitabilmente, al di là dell’interpretazione, vediamo noi, i nostri ricordi, i nostri incontri rubati, quello che ci siamo persi e ciò per cui abbiamo lottato, gli estranei incrociati e quelli conosciuti, le stazioni per cui siamo passati.
La poesia della Szymborska è uno squarcio lirico sulla vita di ogni giorno, il racconto di una quotidianità vissuta e sentita, spogliata della noia, lucida nel riconoscersi nell’amore, nell’attesa, nell’odio, più forte di tanti altri sentimenti “fiacchi” che si trascinano nelle ore. Le ore viste e ascoltate attraverso un bicchiere di vino.

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È come se la voce della sua poesia ci scuotesse da quel torpore, da quelle certezze, e ci dicesse che i nostri occhi non sono abbastanza muniti di ironia, di colore. Riscopriamo l’entusiasmo per l’incertezza, l’inguaribile romanticismo degli incontri narrati nei versi liberi, sfogliamo in compagnia “il libro degli eventi, sempre aperto a metà”, quegli inizi che non sono altro che tappe oppure obiettivi raggiunti.
Ci meravigliamo, probabilmente, come gli anni passino e le occasioni della vita rimangano spesso le medesime perché, forse, la realtà, nella sua essenza, non cambia poi di molto ma, pur coinvolta in un progresso forzoso e inesauribile, si manifesta ancora nella sua più inaudita violenza e indifferenza. L’uomo è ancora perso nella folla e non ha alcuna importanza che si trovi provvisto di smartphone e wifi: egli commette gli stessi errori, si pone le stesse domande, si fa cullare dalle stesse paure.

“Torture”

« Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta »

Incredibile come possiamo ora riconoscerci in questa terra che rimpicciolisce e si fa biglia. Con un click arriviamo dall’altra parte del mondo, con un altro pensiamo di conoscere un essere umano. C’è già il Futuro nelle parole di questa donna che semplicemente raccontando ci mette davanti uno specchio e ci costringe a fissarci.

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“Ogni caso”

Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano. 
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra. 
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo. 
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Tutto il contrario di tutto.

Ed è assoluto. Inevitabile. Inevitabile che quel giorno decidessimo di girare a sinistra invece che a destra, incontrando quella persona. Inevitabile quella coincidenza che ci ha fatto perdere o prendere un treno importante. Inevitabile sentirsi nel petto un cuore che, in realtà, è altrui. Sentirlo vibrare, muoversi, scomporsi, distruggersi e struggersi, pensare di conoscerlo, quando, invece, non sappiamo che qualche sbiadito dettaglio del nostro, addirittura. “Dunque ci sei?”.

La poesia di Wislava ci scruta più di quanto possiamo fare noi stessi. E a volte c’è proprio da averne paura perché ci rappresenta così vividamente, così in modo limpido da farci tremare, come tutte le certezze che raggiungiamo, a un certo punto.

“Accanto a un bicchiere di vino”

Con uno sguardo mi ha resa più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, io ballo
nel battito di ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall’onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.
Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.

“Io invece sono immaginaria,/incredibilmente immaginaria,/immaginaria fino al midollo.”

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Edizione Gli Adelphi, “La gioia di scrivere” Tutte le poesie 1945-2009

“Ad alcuni piace la poesia”: un’arte forse elitaria, compresa da pochi, prodotta ancor meno, una “risposta incerta” all’esistenza, una cura per l’anima, un libro che ognuno di noi dovrebbe avere sul comodino, al posto dell’ennesimo smartphone.

Vi lasciamo con “Un amore felice” letta da Lei:

 

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