Gli “inviti superflui” di Dino Buzzati: una breve favola sul dolore della distanza

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Dipinto di Dino Buzzati

Di Ilaria Piampiani

 

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.”

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Copertina del New Yorker, 10 Febbraio 2014

Le parole ci danno un grande potere.

Abbiamo a disposizione infinite combinazioni, possiamo trasmettere una moltitudine di messaggi in cui incapsulare qualsivoglia sentimento ed emozione. Questa precisa combinazione di parole scelta da Dino Buzzati è di un candore, di una semplicità espressiva, di una tenerezza che difficilmente possiamo trovare in qualsiasi altro incipit letterario.

Buzzati descrive un desiderio possibile e impossibile allo stesso tempo. Il protagonista non chiede la Luna, ma un momento d’intimità in una sera d’inverno, tra le quattro mura, il sussurro delle fiabe e quella persona accanto. C’è una malinconia magica, sospirata, flebile ma che va dritta al cuore, una scheggia di ghiaccio che attraversa la pelle, ferisce e poi si posa, come neve, ai nostri piedi. C’è il desiderio di creare un passato inconsapevole, quasi una leggenda antica da rivivere ora che si è finalmente insieme, tra corvi neri e il vento che accarezza le torri.

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Paesaggio invernale di E. Munch

Il desiderio di inventare ricordi, di condividerli e sorriderne, e poi l’amarezza; il risveglio scuote le membra e il freddo inverno ci abbraccia senza lasciarci andare. “Nascono speranze che non si sanno dire”, ineffabili, solo pensate perché, se dette, si infraggerebbero con stridente crudeltà. La volontà di esserci, comunque, di capirsi senza parlare, di amarsi, in silenzio, senza lasciarsi andare.

Il lettore non ha scampo: troverà qualche parola che lo colpisca particolarmente e lo riconduca a qualcosa di doloroso. E la forza di questo racconto è proprio nella sublimazione dell’immaginazione commista all’impossibilità. Esso stesso è una fiaba, tra castelli, lupi, stelle d’un Oriente lontano. Ma la fantasia si scontra con la razionalità della controparte, alla ricerca del concreto, della folla cittadina, del materiale a discapito dell’immateriale.

L’autore parla di un povero domani, un nuovo giorno di routine e privo di incantesimo, troppo lontano, invece, dalla sua concezione di vita che avanza. Questa è una distanza assoluta, incolmabile, disperata, crudele e reale. Una distanza il cui ricordo ci provoca brividi di freddo in piena estate, un pianto gelido in una mattina di sole.

Questo non è altro che un invito superfluo, mai inviato, mai percepito ma necessario.

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Dino Buzzati, “Inviti superflui”

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava.Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.

Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.

Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.”

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Un vergiliato sotto la neve: Guido Gozzano nel Valentino evanescente.

 

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Winter Landscape with a Church, Caspar David Friedrich

di Lucia Cattani

Stamattina Torino si è svegliata coperta da un manto bianco. Il silenzio ovattato rende la città irreale: il tempo, con la neve, sembra scorrere ad una velocità diversa, a volte si ferma e pare immobile. Ho subito pensato a come dev’essere suggestivo ora il parco del Valentino, il più grande della città e a quanto possa essere simile a quello descritto in uno splendido racconto poco conosciuto di Guido Gozzano. Più di cento anni fa, nel 1911, in occasione dell’Esposizione Universale di Torino, Gozzano ha scritto proprio dell’esperienza di passeggiare in quel luogo sotto la neve nel breve racconto “Un vergiliato sotto la neve”, in cui il poeta descrive uno scenario profondamente lirico, nascosto, sorprendente. I capannoni dell’Esposizione sono ancora chiusi, i lavori sono momentaneamente fermi e tutto il Valentino è a disposizione di Guido e della sua amica Jeannette: ai due visitatori sembra un luogo incantato. L’insolita quiete, il candore, la solitudine crea una sorta di innocente intimità; a poco a poco l’ambiente e il suo gelo che ha qualcosa di malinconico sembra penetrare nei discorsi dei protagonisti e, ingenuamente, emergono alcune delle tematiche che più stanno a cuore a Gozzano. Il passare inesorabile del tempo, la morte che attende ogni creatura, il senso della vita: tutto questo è affrontato quasi inconsapevolmente, con profonda ingenuità dalla semplice modista Jeannette. Dall’evento contingente si giunge ad un piano esistenziale, e questo piano, osserva con stupore Gozzano, è comune a tutti, anche alle persone più semplici, anche a quelli che non sono abituati a filosofeggiare: «Cui bono? A che scopo… Si invecchia, si muore… » Continua a leggere

I luoghi dietro le pagine: la Sirena del Caffè dei fratelli Fiorio.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La sirena, Feltrinelli

di Lucia Cattani

«Anche in un caffè deserto
non avverto la solitudine. Ai tavoli stanno
seduti i fantasmi degli ospiti del passato,
o quelli degli ospiti dell’avvenire»
Hermann Kesten

Camminando per le strade di Torino è facile imbattersi in qualche targa dorata di forma ovale: sono poste a ricordare qualcosa di storicamente o culturalmente significativo avvenuto in quel luogo decenni, magari anche secoli addietro.
Via Po ne nasconde diverse: si trova nel cuore della cit Turin (la piccola Torino) ed è una strada di portici antichi e chioschi di libri usati, di caffetterie e drogherie. Inizia proprio alle spalle di Palazzo Madama e conduce in piazza Vittorio, per poi accompagnare il passante al cospetto di quel fiume da cui prende il nome e al ponte che permette di attraversarlo per giungere alla chiesa della Gran Madre di Dio, con le scale di marmo bianco e le statue maestose che sembrano sovrastare e custodire tutto ciò che è compreso dalla cornice delle Alpi all’orizzonte. Continua a leggere

Il gatto: lo spirito totemico dello scrittore

Di Ilaria Piampiani

 

Il Gatto

di Charles Baudelaire

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Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; 
ritira le unghie nelle zampe, 
lasciami sprofondare nei tuoi occhi 
in cui l’agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere 
la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano 
s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato, 
vedo in ispirito la mia donna.

Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, 
taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa 
un’aria sottile, un temibile profumo 
ondeggiano intorno al suo corpo bruno.

Non potevamo davvero non iniziare questo breve viaggio sull’intimo e assoluto rapporto tra il gatto e gli scrittori, con le parole di Charles Baudelaire!

Il gatto cammina a passi felpati attraverso tutta la sua poesia, sui tetti di quella Parigi affascinante, tra luce e spleen, tra vita assordante e la noia profonda dell’animo umano. Potremmo anche azzardare nel dire che il gatto è il re di quella foresta di segni costruita da Baudelaire, lo spirito totemico che ne governa le forze, che gioca con le corrispondenza, intrecciandole come fili di un batuffolo di lana. Continua a leggere

Parole appassionate: Dino Buzzati, Haruki Murakami, Italo Calvino, Emily Brontë

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“Gli inviti superflui” di Dino Buzzati

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Continua a leggere

Eveline, Gretta Conroy, Molly Bloom: tre sfumature di una “Femminilità Universale”

Dubliners

Di Ilaria Piampiani

 

Nessuno seppe realmente che cosa fosse la banalità finché non venne Joyce”.

-Richard Ellmann-

Ebbene Ellmann, il quale peraltro vinse il National Book Award per il suo studio sull’autore irlandese, James Joyce, ha centrato senza dubbio un punto fondamentale dello’opera joyciana: la sua acuta attenzione verso la normalità, la quotidianità. L’eccezionale e l’eroico non fanno parte del suo repertorio narrativo, non ci parla di castelli o di lotte epiche in terre lontane, ma delle intrecciate strade di Dublino, intrise di odori, sapori e rumori di una città novecentesca; i personaggi che egli ci descrive, dunque, non hanno nulla di Continua a leggere

Immaginaria fino al midollo: la poesia di Wisława Szymborska

di Ilaria Piampiani

maxresdefault«Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo»

Wisława Szymborska

In un silenzio permeato d’attesa, s’insinua l’anima poetica di una figlia del Novecento, una sopravvissuta della storia, che ha desiderato fermamente esprimere la sua esistenza nonostante le brutture del secolo scorso, nonostante l’occupazione tedesca, i lavori forzati e la censura socialista.
La sua è una poesia nata nel silenzio, una poesia che urla nel silenzio, radicandosi nel profondo del ricordo e della realtà descritta magistralmente con malinconica ironia.
Il suo mondo è un “granello di sabbia”, un mondo Continua a leggere